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UNA GOCCIA DI SPLENDORE…

FaberDalle prime canzoni, sullo stile antico del madrigale, ai concept-album. Un grande artista, che ha cantato la pietà umana. Ci ha lasciato un vuoto enorme.

 

I vent’anni dalla sua morte (11 gennaio) sono stati ricordati, come doveva essere, con articoli, trasmissioni televisive e quant’altro, per cui non sarò certo io a poter dire qualcosa in più. Queste poche righe, sul nostro modestissimo giornale, non hanno quindi nessuna pretesa, ma rispondono piuttosto ad un bisogno personale (e mi scuso quindi per … il conflitto di interessi nell’occupazione di questo spazio) che non posso trattenere.

Non ho titoli particolari per farlo, se non d’essere, come tanti, un suo profondo estimatore, fino ad aver memorizzato ogni parola di ogni sua canzone, ogni passaggio della sua musica. Non posso non ricordare quanto Fabrizio De Andrè sia stato, e sia, grande. E mi fermo all’aggettivo. Aggiungere un sostantivo che lo definisca in modo completo è difficile, molto difficile: un grande poeta? Un grande cantautore? Un grande interprete dell’animo umano?

Lui stesso, per sua natura aperto al dubbio e chiuso nella sua modestia, amava ripetere, a chi gli chiedeva se si potesse definirlo poeta: “Benedetto Croce diceva che fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore”. Ed è questa sua “precauzione”, se così vogliamo chiamare l’assenza di ogni presunzione, artistica ed umana, che l’ha reso grande.

Ma se dovessi per forza trovare una sua definizione, nella difficoltà di dare un nome allo splendido contributo artistico e letterario lasciato alla nostra epoca e a quelle che verranno, non posso fare a meno di pensare ad una sua citazione, inserita, come al solito in modo discreto, nell’album “Le nuvole”, del 1990: “Io sono un principe libero ed ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha 100 navi in mare”.

 La frase è di Samuel Bellamy. Mi piace pensare che proprio la riconosciuta modestia, l’assenza di ogni protagonismo, l’abbiano indotto a presentare la parte più intima di sè stesso attraverso le parole di un altro.

Chi era Samuel Bellamy? Un giovane marinaio, che amava la letteratura, la poesia. Era di scorza dura ma nobile d’animo. Diventò pirata, ma, un po’ alla Robin Hood, non infieriva sugli equipaggi delle navi conquistate e aiutava chi era in difficoltà. La sua carriera di pirata durò poco più di un anno: nel 1717, all’età di 29 anni, morì in un naufragio. “Io sono un principe libero” è l’affermazione, davanti al mondo, della signoria assoluta del proprio spirito più intimo, l’unica autorità cui sentirsi soggetti. E questo non in una rozza, violenta o narcisa esaltazione di sè, ma nella rivendicazione più profonda, pura e pacifica della propria indipendenza da ogni condizionamento esterno, da ogni convenzione che possa mortificare in qualche modo la purezza e l’essenza del proprio essere. E questo di fronte a chiunque, abbia costui, appunto, anche 100 navi in mare, senza rinunciare, semmai, all’empatia con chi è vittima, con chi “rema in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”. Sono le parole della composizione “Smisurata preghiera”, l’ultima del suo ultimo lavoro, “Anime Salve”: una sorta di testamento, la sintesi estrema dello spirito di questo artista, pacatamente riottoso al “rosario di ambizioni meschine, millenarie paure, inesauribili astuzie” della maggioranza, sempre in sintonia con le figure poste ai margini da quella stessa maggioranza, pronto ad illuminare di poesia il piccolo spazio che queste occupano.

Faber ha attraversato la sua purtroppo breve vita in questo artistico stato di grazia, che ha sì mutato le modalità espressive, nel percorso di una splendida maturazione artistica, assistita dai migliori nomi della nostra musica contemporanea, mantenendo però sempre la barra dritta, in quella “direzione ostinata e contraria”, nata cantando la città vecchia di Genova, popolata di personaggi che “se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo” (se oggi il concetto può apparire demodè, altri direbbero “buonista”, ricordiamo che si era appena negli anni ‘60) perchè, comunque, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior..”, e conclusasi con le Anime Salve, disobbedienti alle leggi del branco: altre melodie, sonorità e stili diversi, evoluti, ma la stessa magia, la stessa cura estrema della parola, dove niente è secondario, nulla è marginale, ogni sillaba pensata e interpretata al massimo delle possibilità espressive di una voce inimitabile.

Sono parole pesate e pesanti, quelle di De Andrè, che risplendono proprio come diamanti nel letame lessicale di questi tempi di parole a fiumi, social, post, hastag, rutti verbali privi di minima sostanza, che si consumano nell’effimero vortice dei giorni di quest’epoca balorda, priva di ogni vergogna, dove l’inflazione del dire, del comunicare a tutti costi, nasconde, neanche tanto bene, il vuoto del pensare.

Chissà come li avrebbe dipinti De Andrè questi anni, lui che, da “principe libero”, sul finire degli anni sessanta, neanche trentenne, mentre tutti erano presi dalla contestazione, se ne usciva con La Buona Novella, capolavoro assoluto; lui che, a 28 anni, ti sbatteva lì Tutti morimmo a stento, un’opera che usava un linguaggio meravigliosamente antico, a tratti barocco, mentre tutt’intorno era un fiorire di assemblee, collettivi, con vocabolari ridotti ai pochi abusati neologismi d’epoca; lui che, anzichè unirsi al coro e cavalcare la facile onda del sessantotto, parlava sì di rivoluzione – perchè anarchico lo era, ma veramente, di sostanza, cultura e profondità -, ma con le intime riflessioni contenute in Storia di un impiegato.

E così, ad attraversare gli anni, i decenni, tracciando, con i successivi capolavori, un cammino poetico e musicale che rimane unico, tanto che Fernanda Pivano, l’amica e ammiratrice di sempre, una che di letteratura e cultura americana se ne intendeva, ebbe a dire, rovesciando i termini dell’usato paragone, che Bob Dylan era il De Andrè della canzone americana… e non il contrario, come si era detto fino a quel momento.

E’ stato un grande artista, un grande poeta. Perchè è soltanto dei poeti, e neanche di tutti, la capacità di porre sè stessi nei personaggi, di esprimere il proprio sentire attraverso le parole di un protagonista diverso da sè, che però cattura chi legge o ascolta.

Se l’empatia con il personaggio prende l’animo di chi legge o ascolta al punto da indurlo a riconoscersi nel personaggio stesso, ecco che il cerchio si chiude e sancisce la grande operazione artistica. E questo è stato De Andrè, come bene l’ha espresso Morgan, al secolo Marco Castoldi: “De Andrè, in 240 canzoni, dice tre volte “io”, in tutte le altre lui parla di un altro e per quest’altro lui si commuove. Ecco perchè la gente si identifica: perchè la gente dice “sono io, non è lui”. Lui non lo riempie quel posto là, lo dà a te, sei tu quello lì..”. E così, di capolavoro in capolavoro, sino ad attraversare i pochi decenni che lo avrebbero portato alla morte prematura, cantando l’umanità, la pietà, quella pietà, “goccia di splendore” di cui sono intrise ogni sua parola ed ogni sua nota.

Faber se ne è andato coerente con sè stesso, coltivando umanità e pietà. Quando ci ha lasciati, all’età di neanche cinquantanove anni, era sempre lui, quello che trent’anni prima scriveva parole come queste: “Uomini, poichè all’ultimo minuto non vi assalga il rimorso ormai tardivo per non aver pietà giammai avuto e non diventi rantolo il respiro: sappiate che la morte vi sorveglia, gioir nei prati o fra i muri di calce, come crescere il gran guarda il villano, finchè non sia maturo per la falce..”. Sembra Dante, come ha detto qualcuno. E comunque il tuo ultimo respiro non è stato rantolo, Faber, questo è sicuro.

Quanta pietas, nella tua musica e nelle tue parole, quanta…ma mai tanta da riempire il vuoto che hai lasciato. “sicuramente ho paura della morte. non tanto la mia che in ogni caso, quando arriverà, se mi darà il tempo di accorgermene, mi farà provare la mia buona dose di paura, quanto la morte che ci sta intorno, lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti nostri simili che si ammazzano per dei motivi sicuramente molto più futili di quanto non sia il valore della vita. Io ho paura di quello che non capisco, e questo proprio non mi riesce di capirlo.” (Fda)

 

di Luigi Verzini

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