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IN SIRIA I MORTI FUORI DAL CONTO… E DALLA MEMORIA

Guerra in siria

Queste sono riflessioni su di un conflitto che pesa sulla coscienza dell’occidente.

Ascoltando il brano vincente di Sanremo 2018, “Non mi avete fatto niente” di Meta e Moro, potrebbe venire naturale pensare che forse hanno calcato un po’ troppo la mano.

Intendiamoci, il testo e i valori trasmessi sono assolutamente positivi, quello che fa storcere il naso è piuttosto il vittimismo neanche troppo velato che traspare dai versi. E’ la solita vecchia storia, vengono divisi i buoni dai cattivi. L’Europa civilizzata dal resto del mondo, barbaro ed incivile. Questa canzone ci ritrae come vittime di questo scontro di civiltà che, negli ultimi anni, attraversa il Mediterraneo e arriva fino a casa nostra.

Pochi giorni dopo, però, un’altra notizia ha squarciato il velo del silenzio: i bombardamenti del regime di Damasco sulla regione della Ghouta, in Siria. Ancora, il 6 marzo l’Osservatorio nazionale per diritti umani in Siria riporta un altro raid, che ha portato altre 80 morti di civili, con forte presenza di donne e bambini. E viene da pensare, un po’, al testo di “Non mi avete fatto niente”. Sui social gira una frase idiomatica di questa situazione: “Se Parigi merita un minuto di silenzio, la Siria merita che il mondo intero taccia per sempre”.

Dal 2011 la guerra civile siriana conta, approssimativamente, 430.000 morti (dati SOHR). Circa il doppio della popolazione di Verona. Città intere, famiglie, comunità cancellate a colpi di bombe e di cloro dalle pagine della storia.

In Europa le vittime, dal 2004, di attentati terroristici di matrice islamica sono state 654. Queste persone sono state giustamente commemorate, ricordate se n’è discusso, si ha avuto paura, si sono intensificate le misure di sicurezza e si sono fatte molte altre giustissime cose. Ma i volti dei 430.000 siriani uccisi dallo stesso odio non li ricorda nessuno. Non io, non chi legge, forse neanche i politici.

In un mondo dove compriamo oggetti costruiti in Stati all’altro capo del globo ed attraversiamo continenti a bordo di aerei sempre più veloci, loro sono ancora troppo distanti. Quanto è grande il nostro mondo? Fino a dove arriva la nostra comprensione, la nostra umanità? Ogni tanto bisognerebbe immaginarsele 430.000 persone, uomini, donne e bambini, in piedi di fronte a noi, mentre ci guardano negli occhi. E bisognerebbe, poi, cambiare i loro volti con quelli dei nostri cari per capire la proporzione della tragedia e del dolore.

Una tragedia, però, che va consumandosi nel silenzio, nel trafiletto di una pagina trentacinque, in un vertice umanitario di cui non capiamo i termini. E, memori che la guerra in Siria è in parte perpetrata, in modo più o meno diretto, da potenze occidentali (Stati Uniti e Francia sul fronte dei ribelli e Russia dalla parte del Regime), sarebbe utile alla coscienza pubblica smettere di ritenersi parte lesa e di credere pulite le proprie mani.

Mentre alla mattina beviamo un caffé, una bomba cade su un ospedale, in Siria. Mentre si manifesta per l’espulsione dei rifugiati, migliaia di famiglie senza una casa si giocano la vita incamminandosi sotto il cielo muto del deserto, in Siria. La Siria non chiede pietà né compassione. Chiede il riconoscimento delle proprie vittime come uomini e donne veri, in carne ed ossa. Come canta qualcuno: “Affermativo ed unico – anche se nel marasma – esisto – sono qui – non sono un fantasma”.

 

di Pietro Colombari

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