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QUELLA CROCE È UN MONITO: “PRESERVATE LA VOSTRA VALLE”

Croce sul monte Garzon

Ogni 25 Aprile, un appuntamento annuale ricorda la battaglia vinta dalla popolazione contro la realizzazione di una cava sul monte Garzon, all’inizio degli anni 90. Ne parliamo con Mariano Dal Forno.  

di Luigi Verzini  

Bello no, il monte Garzon? Si percorre il primo tratto della valle e, superata La Calle (o La Cale? in questo numero un curioso articolo sul tema…), già si presenta con la sua bella sagoma, subito oltre il monte del castello d’Illasi. E dopo Capovilla, eccolo lì, con quella pineta sul versante occidentale che, ci avete mai fatto caso? Sembra quasi un gigantesco bruco che vi si arrampica. È bello, il monte Garzon, che da secoli vigila su Cellore e saluta chi vi giunge. Ben rappresenta gli affascinanti spazi aperti di questa valle che, come poche altre, consente allo sguardo di percorrere linee ininterrotte di colline per poi planare sulla valle che qui si distende bella ed ampia – non a caso si chiama Val d’Illasi – opponendo ancora tanta della sua bella integrità all’assalto edilizio.

Eppure, c’è stato un tempo – è passato quasi un quarto di secolo e molti di noi non hanno personali ricordi al riguardo – nel quale il monte Garzon, e non solo il monte Garzon, ha corso un grosso rischio. Chi all’epoca aveva l’età per poter oggi ricordare, sa che si rimase con il fiato sospeso per un bel pò: la minaccia, incombente, era che proprio là, sul Garzon, venisse aperta una cava.

Una ditta vicentina, all’inizio degli anni novanta, aveva infatti ottenuto un permesso per effettuare delle ricerche in loco e chiese la concessione di poter operare. All’epoca si stavano effettuando i lavori per la terza corsi dell’autostrada Milano Venezia e le voci erano che la cosa fosse funzionale ad impiegare in quel modo il materiale. In ogni caso le prospettive, per la nostra valle, non erano certo delle più felici: oltre alla distruzione del Garzon, si prospettava un traffico di mezzi pesanti senza precedenti, senza parlare dell’impatto delle polveri sulla salute della popolazione. Insomma, una vera e propria bomba stava per scoppiare a danno del paesaggio e dell’ambiente.

Furono mesi e mesi di prese di posizione da parte dei consigli comunali di Tregnago e Illasi. Anche l’allora sindaco di Cazzano di Tramigna, Alessandro Giordani, preoccupato per le possibili conseguenze anche sulle falde acquifere, dichiarò a L’Arena che non ci avrebbe pensato due volte a interdire la circolazione dei camion verso il monte Garzon. Insomma, le istituzioni si mossero. Ma non rimasero con le mani in mano neanche i cittadini. Ne parliamo con l’architetto Mariano Dal Forno di Cellore, coinvolto all’epoca nella “resistenza” operata dalla popolazione con la creazione di un comitato presieduto da Rodolfo Zanchetta. “Del comitato facevano parte molti cittadini di Cellore, tra i quali Giannino Zanfisi, Mario Conterno ed altri, anche di Tregnago” ricorda Dal Forno andando con la memoria a quei giorni in cui, come sempre, la popolazione di Cellore si mostrò più che mai attiva nella difesa del proprio territorio. E la battaglia, come s’è detto, fu vinta. E come tutte le grandi imprese – e certo non fu impresa da poco salvare la valle da un simile disastro – si sentì il bisogno di qualcosa che tangibilmente ricordasse, nel futuro, lo scampato pericolo. “Nacque in questo modo l’idea della croce”, spiega Mariano Dal Forno, “così da abbinare il segno di una devozione popolare con la testimonianza a futura memoria del fatto di cronaca. La famiglia Casiraghi donò alla parrocchia un appezzamento di terreno, molti volontari lavorarono incessantemente per sistemare l’area e costruire un altare”. La croce, progettata dallo stesso Dal Forno, con la dovuta attenzione a tutte le prescrizioni in materia di sicurezza e di impatto ambientale, è diventata oggi la meta di una camminata che porta tantissime persone, ogni 25 aprile, ad una festa, una “sagra”, che, come si è detto, esprime nello stesso tempo un sentimento di pietà popolare e il ricordo di una battaglia, vinta, a difesa della valle.

“L’attivismo del Comitato”, ricorda sempre Dal Forno, “ si concretizzò, oltre che nei lavori sull’area destinata ad ospitare la croce, anche nella raccolta di fondi attraverso la stampa di migliaia di cartoline, vendute a mille lire l’una”. Come dicevamo, è ormai passato un bel pò di tempo da quella vicenda che si chiuse “mettendoci una croce sopra” – è il caso di dirlo; molti, nella valle, all’epoca non c’erano o erano in età ancora immatura per un vero e proprio ricordo, sicchè una bella rispolveratina al significato di quella croce, di quella festa annuale, in questi tempi in cui la difesa del territorio si impone sempre più come una priorità, non può che farci del bene, come l’emozione che ci procurano le foto recuperate grazie a Mariano Dal Forno e Luisa Mode

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