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INTERVISTA A SUOR BRUNA BENNATI: SECONDA PARTE

Suor Bruna Bennati

 

Illasiani in giro per il mondo…

Storie di compaesani che, per un motivo o per l’altro, hanno lasciato la loro vita in val d’Illasi, per dare una svolta radicale alla loro esistenza.

…Continua il racconto di suor Bruna Bennati

SECONDA PARTE

Nel numero precedente, avevamo pubblicato la prima parte dell’intervista a Suor Bruna Bennati a cura di Giannino Fasoli, suo compagno di scuola e coscritto. Suor Bruna aveva raccontato la sua infanzia molto legata alla famiglia, il periodo in collegio dopo le elementari e il suo lavoro  nell’azienda di famiglia, un salumificio. Poi la nascita della sua vocazione tra le suore delle Figlie di San Giuseppe, fondate dal Beato Giuseppe Baldo e presenti ad Illasi da anni. A 20 anni, dopo non poche difficoltà, soprattutto affettive (lascia una sorellina e 4 fratellini in tenerissima età), entra in convento a Verona. Dopo la formazione e alcuni anni in varie scuole materne della sua comunità a Gallio, sull’altopiano di Asiago, a Nervesa della battaglia e ancora a Gallio, pur  belle esperienze, sente “la necessità di essere più implicata nella vita concreta delle persone”. All’inizio non comunica questa sua chiamata “per gli ultimi”, la tiene in cuore e solo quando le viene fatta la proposta dalla sua superiora generale dice il suo “si”. Da più di 30 anni ora vive come missionaria in Brasile sempre in una comunità delle Figlie di San Giuseppe al servizio dei più poveri. Ecco quindi la seconda parte dell’intervista con la sua esperienza missionaria in Brasile.

 

32 ANNI DI BRASILE:

 TRA UMANITA’, POVERTA’, VIOLENZA

 

E dove sei andata di preciso in Brasile?

Prima sono andata nello stato di Bahia, più all’interno, con un clima molto più secco e un vento molto caldo. La gente del posto è dedita alla coltivazione di cotone. Questi poveretti sono raccolti su un  camion dei fazendeiros e portati in campagna, abitano in case fatte di legno e vi rimangono per tutta la stagione. Quindi gente molto povera, doppiamente sfruttata dai fazendeiro, i quali hanno sul luogo le loro botteghette dove vendono riso, fagioli e quanto altro è necessario e quindi si riprendono anche quei pochi soldi che li pagano. Quindi c’è tanta povertà. Noi lì avevamo anche la formazione delle giovani, che in quel momento erano cinque. Per fare la formazione nell’apposito istituto della Conferenza dei religiosi, ogni due mesi dall’interno dovevamo andare nella capitale Salvador che dista 850 Km. Ogni volta questi viaggi con le ragazze erano molto impegnativi e quindi abbiamo pensato di avvicinarci di più alla capitale. Dopo una riflessione, invece di andare a Salvador abbiamo pensato di andare in un altro stato, quello di Minas Gerais, nella città di Belo Horizonte, che era più moderna e più attrezzata con vari servizi. Qui abbiamo aperto, nella periferia, prima una casa per le juniores e in seguito un’altra per la formazione iniziale. Lì la realtà è molto diversa dalla campagna di Bahia: per esempio c’è molta violenza, prostituzione infantile, ed è proprio come una favela. Ci sono parecchi trafficanti di droga, ed è una cosa molto seria. Anche dove siamo noi, la settimana scorsa hanno ucciso due ragazzi. Lì le suore non possono uscire la sera, ci sono degli spari… E’ una situazione veramente seria. Nei primi tempi si vedevano giovani di 17-18 anni, ora si vedono ragazzi di 12-14 anni che passano con la loro giacchettina a vento di quelle leggere anche se c’è caldo, il loro berrettino col visetto, le mani in tasca perché sotto hanno la pistola e la polizia lo sa… E’ un fatto così generalizzato che bisogna essere molto prudenti.

E voi come operate in questa situazione difficile e violenta?

Noi abbiamo cercato di dare una risposta alle necessità del luogo, di questa periferia di 40.000 abitanti, dove c’è un solo sacerdote con cinque chiesette cattoliche e più di 300 altri luoghi di preghiera di altre Chiese e sette. Ne nascono continuamente, a seconda di come uno la pensa. Si aprono semplicemente lungo la strada oppure basta un locale, un garage. E’ sufficiente un microfono e delle sedie, anche all’aperto, e si creano luoghi dove la gente si riunisce a pregare. Non sono cattolici e non ci sono protestanti, anglicani, ecc.: sono tutte sette che nascono continuamente qua e là, come La chiesa del 7° giorno, la chiesa universale del regno di Dio, ecc. L’unica cosa che si può dire è che almeno pregano e cantano. Sono chiese che prendono un po’ da uno un po’ dall’altro, quello che gli sembra buono. Scacciano il diavolo, gridano, spaventano anche la gente. Le persone hanno una fede semplice, prendono tutto quello che gli raccontano, non riflettono. Quindi noi, in questa situazione di confusione e di povertà cerchiamo di dare una risposta concreta. Anche i vescovi incentivano le iniziative sociali, corsi di artigianato, l’insegnamento di  un lavoro, in modo che abbiano degli orizzonti diversi. E’ così che da noi è nata l’opera sociale don Giuseppe Baldo. Abbiamo iniziato con qualche ragazzina, poi hanno voluto venire le loro mamme. Nel frattempo, era aumentata ancora la violenza e abbiamo aperto una scuola di musica, chitarra, flauto e poi abbiamo formato un gruppetto di danza “copeira” (afro-brasiliana). Abbiamo iniziato così, partendo dalla necessità di togliere i giovani dalla strada. Per esempio, c’erano tante ragazzine incinte, abbiamo iniziato con tre donne che insegnavano loro il lavoro ad uncinetto per fare i vestitini. Piano piano il gruppetto si è ingrandito, con le necessità sempre più grandi, e quindi l’alfabetizzazione con corsi serali di alfabetizzazione per adulti e per i ragazzi di 17-18 anni che non sono più accettati nelle scuole. Sono 130 le persone che partecipano alla scuola, e tra questi 12 drogati, ladri di macchine, ecc. Persone che vanno e vengono, per un totale di circa  350  persone che partecipano in vari gruppi e attività, seguiti da un gruppo di 90 volontari. Si è creata come una grande famiglia dove c’è di tutto. Alla sera ci sono anche corsi di fisioterapia, di danza (zumba), c’è la presenza di una psicologa, un avvocato che orienta le persone che non sanno come fare, l’alfabetizzazione e molti altri corsi, tutte le sere. Si è creata una comunità molto bella, vengono anche gruppi di anziani a giocare a carte… Abbiamo anche la sala di informatica con dieci computer e internet, questi ultimi forniti dal governo con dei corsi tenuti da un nostro volontario.

E le istituzioni locali collaborano con la vostra attività?

Cerchiamo quando è possibile dei finanziamenti dal governo, ma se non ci fossero i volontari… A volte le nostre sale sono usate anche come ambulatori o per altri scopi. In collaborazione con il comune portiamo avanti la scuola. Noi mettiamo a disposizione le aule e l’assistenza, il comune invia cinque maestre più un’assistente per le merende. La maggior parte delle persone vengono direttamente dal lavoro e quindi queste merende …sono la loro cena. Infatti il pasto è composto da riso, fagioli e un pò di carne. Un volontario che come lavoro vende verdura, quando ha delle rimanenze le porta là. Infatti tutto ciò che la gente ha in più lo da all’opera sociale, affinché possa servire ad altri. Quindi è una cosa molto viva. Abbiamo un piccolo bazar per il vestiario, giocattoli e libri. Si fa un mercatino anche con cose usate, tutto si porta all’opera sociale, cose che si vendono a poco prezzo, ma è bello perché tutti partecipano in vari modi. Le suore e i volontari che lavorano lì, lo fanno tutti gratuitamente. Noi tre suore riceviamo dalla parrocchia un salario minimo, poi la nostra congregazione ci aiuta per il resto. Io faccio alcuni corsi di italiano, Anna-Maria, che è teologa, insegna ai catechisti delle parrocchie e quindi riceve un piccolo stipendio. Noi viviamo nella periferia di questa città dormitorio. Le persone partono alle 3-4 di notte, in autobus, per andare nelle città industriali e tornano alle 11 di sera. Nella nostra città ci sono 6 carceri con 6.000 carcerati di cui 2.000 donne. Vicino a noi c’è un carcere minorile. Nell’Opera si accolgono quelli che hanno fatto delle marachelle e che devono fare anche 700 ore di servizi sociali. Vengono da noi a prestare alcune ore di servizi, di pulizie e altro. Poi magari queste stesse persone in seguito vengono ai corsi serali per un recupero. Purtroppo non sempre va bene. Tre giovani che sono stati con noi parecchio tempo in seguito sono stati uccisi perché le varie bande hanno paura che parlino, essendo stati coinvolti nello spaccio della droga.

Dopo tanti anni, quali impressioni ti senti di dare?

Ora sono più di trent’anni che sono lì. Ci sono stati i primi anni di inculturazione, durante i quali ho dovuto solo guardare, osservare, cercare di cogliere. Per me è stato un dono, mi sento più umanizzata, arricchita affettivamente. Il popolo brasiliano è caloroso, pieno di vita, e voglia di fare festa. Io mi trovo molto bene in questo ambiente perché si vede che qualcosa si può fare. Questo Centro è molto partecipato, aperto a tutti, anche a quelli di altre sette, ognuno fa le sue preghiere. Ci sono 21 progetti educativi in corso. Il Signore va avanti Lui attraverso di noi. Bisogna sempre dire: “Signore  confido in Te”.

 

—— clicca qui se vuoi leggere la prima parte dell’intervista a Suor Bruna Bennati—–

 

di Giannino Fasoli

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