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COSE D’ALTRI TEMPI!

foto di altri tempi con bambino in biciclettaRicordate? La “cucina economica”, il gabinetto fuori casa, il telefono pubblico, l’educazione sessuale… E, se non avete l’età per ricordare, leggete e… stupite!

 

 

Riflettendo su alcuni miei ricordi mi sembrava che si riferissero… ad un secolo fa. Non solo perché effettivamente risalgono al secolo scorso, avendo da pochi anni passato il giro di boa, ma perché l’evoluzione in questi ultimi decenni è stata così rapida da sembrare di risalire a molto di più di sessanta anni fa, com’è invece in realtà il periodo di questi ricordi.

In un breve arco di tempo, a partire dal dopo guerra, le invenzioni e lo sviluppo successivo delle varie tecnologie ci hanno fatto fare un balzo incredibile e, a ripensarci, certe cose di allora ora sembrano quasi inverosimili. Ecco alcuni esempi. Nella mia infanzia abitavo nella corte dei “Toma”, ora delle famiglie Turco, in piazza Sprea, ed eravamo in compagnia di altre tre-quattro famiglie. Ognuna di queste viveva in uno spazio ridotto perché allora ad ogni famiglia bastavano pochi locali: cucina, camera dei genitori e una per i figli.

Il bagno non c’era. Ci si lavava con una bacinella e spesso direttamente sul “seciaro” dove si lavavano i piatti. Ricorderete, almeno i più grandi, che in camera, ai lati del letto si trovavano i due “comodini” (tavolini) con dentro due vasi da notte per i bisogni notturni. Nella camera dei genitori si trovava anche un piccolo mobile, spesso in ferro, piegato con vari riccioli. Questo conteneva una bacinella ed una caraffa di ghisa, smaltata di bianco, con l’acqua.

Un candido asciugamano era appeso a fianco, sempre pronto in quanto, si diceva: “se deve vegnar el dottor, par lavarse le man”.

Il gabinetto era …fuori casa, in genere in fondo all’orto o nella stalla, per chi ce l’aveva. Si trattava in genere di una baracca di legno, o di mattoni, quando andava bene, un buco rotondo a pavimento con lo scarico…direttamente a caduta nel letamaio sottostante o in una fossa a fondo perduto.

In quel rustico gabinetto, durante l’inverno, non si rimaneva a lungo a leggere il giornale… Ricordo invece i fogli di giornale divisi in quattro e infilati in un rampin, (un gancio di filo di ferro), la carta igienica…mai vista. Noi bambini potevamo permetterci il lusso di fare il bagno nella brenta, la grossa bacinella di legno usata per fare il bucato. Bucato che si faceva tutto a mano e anche qui ricordo una speciale tavola di legno diventata liscia e consumata, con le venature del legno ben in rilievo dove la mamma sfregava e sbatteva le lenzuola e tutto il resto.

Il riscaldamento era composto da una cucina economica a legna che riscaldava unicamente la cucina e varie pentole. Il resto della casa era…temperatura ambiente, cioè molto fredda d’inverno. Ho un ricordo tutto particolare di quei tempi e di quel freddo. Ma soprattutto dell’amore della mamma che mi scaldava il letto con il sistema dell’epoca, molto semplice ma efficace. Per tempo aveva provveduto a mettere un scaldaleto (uno scaldino), che consisteva in una specie di pentola in rame con un manico, riempito con le braci della stufa, che veniva infilato sotto alle coperte tenute sollevate dalla “monega” (così chiamata, non una suora), composta da un doppio arco in legno.

Al caldo, giù in cucina, io indossavo il pigiama e in due secondi salivo le scale e mi infilavo sotto le coperte dopo che la mamma aveva passato un’ultima volta lo scaldino nel letto fino in fondo nel posto dei piedi. Mi rannicchiavo con piacere in quel bel calduccio seppellito sotto un bello strato di coperte che la mamma mi rimboccava bene per lasciar fuori solo la punta del nasetto.

Ho anche un ricordo di nevicate abbondanti durante la mia infanzia. Forse perché essendo io piccolino, tutto mi sembrava più grande, ma ricordo enormi pupazzi che costruivamo nel cortile con l’aiuto degli adulti, rotolando spesse coltri di neve. In particolare, un’immagine ben precisa: una mattina ci siamo svegliati dopo un’abbondante nevicata e non si riusciva ad aprire la porta, che aveva i battenti verso l’esterno. Il papà dovette uscire dalla finestra (la neve raggiungeva il davanzale!) e spalare la neve davanti alla porta per poter finalmente aprirla. Beh, quella era neve, o no?

E col telefono c’è stata un’altra spettacolare evoluzione. Ora abbiamo tutti un cellulare, salvo eccezioni – che ne hanno due o tre -, mentre ancora durante la mia infanzia per telefonare era “ Voilà il bagno…”. “ La bicicletta…”. necessario recarsi al telefono pubblico. Per noi il più vicino era alla Casa del Popolo ed era gestito dal bar. Ricordo che, oltrepassata la saletta dell’ingresso del cinema con il classico botteghino per i biglietti, si girava a sinistra in un locale, diciamo, di smistamento. Qui partiva una scala a vista che portava al piano superiore dove di trovavano vari uffici e l’abitazione dei gestori. In questo locale c’era la porta d’ingresso della sala del bar e dall’altro lato si trovava la cabina telefonica. Ricordo che era molto bella, ricavata nella parete in legno con varie modanature. Prima di telefonare si doveva passare al bar a chiedere il permesso e il gestore, se la linea era libera, spostava la levetta di un apparecchio che fungeva da conta-scatti. Ricordo in particolare la cornetta del telefono nero e molto imponente e un disco forato che si faceva girare infilando il dito in corrispondenza dei numeri da comporre. Alla fine della telefonata si tornava al bar per pagare “gli scatti” effettuati, nel senso che ad ogni scatto corrispondeva un certo tempo di conversazione. Quindi le telefonate non erano frequenti e tanto comode, dovendo ogni volta uscire di casa e vedere che fosse libero. Inoltre, poichè erano poche le persone che avevano il telefono in casa, erano anche poche quelle…che si potevano chiamare. In compenso si viveva in pace, non c’era il cellulare che non ti dà respiro perché ti possono chiamare a tutte le ore.

Era un’altra epoca anche per l’educazione sessuale. A quei tempi i genitori non toccavano mai certi argomenti, era tabù, e tutto era lasciato agli amichetti che, a volte in modo volgare e malizioso, illustravano come funzionava. Altre volte succedeva, quando si giocava un po’ ingenuamente “ai dottori”, che si scopriva che le bambine avevano il “pisellino” come si dice ora, diverso da quello dei maschietti. Questo modo di fare era un vero peccato perché dava un’impressione di “sporco” e un senso di “peccato” ad una cosa bella data in dono all’uomo, ma, appunto come dicevo, i tempi erano quelli e i nostri genitori continuavano a fare come avevano fatto prima di loro …i loro genitori.

Eravamo tutti molto ingenui, e forse io più degli altri: ricordo che quando è nata mia sorella – io ero in quinta elementare e avevo 10-11 anni – sapevo che la mia mamma aspettava un bambino (“era in stati” come si diceva allora). Ma quando è arrivato il giorno, mio papà è venuto a cercarmi a scuola e, dopo aver parlato in disparte col maestro, mi ha portato in campagna dagli zii dicendomi semplicemente che la mamma non stava tanto bene e io la presi così. La mia mamma portava dei vestiti molto ampi, come tutte le donne incinte di quei tempi, cercando di nascondere il più possibile la gravidanza con grande pudore. Non come ora che le future mamme mostrano con fierezza il pancione e addirittura lo scoprono e ci fanno la foto: infatti è bello gioire e partecipare dell’evento che sta per compiersi. E anche in casa non se ne parlava molto, mentre ora è molto più bello e si preparano i bambini al momento dell’arrivo di un fratellino o una sorellina. E’ stato così che io sono andato dagli zii senza il minimo sospetto e, alla sera, quando la calma era tornata a casa mia, il papà è venuto a prendermi e mi ha annunciato felice che …era arrivata una sorellina. Io ci sono rimasto male (con me stesso) perché non avevo colto “i segni” e mi ero lasciato imbambolare. Cosa che invece non era avvenuta per alcune mie compagnette di scuola (Carla, Ornella, Marisa…) che, quando il mio papà era venuto a prendermi, avevano mangiato la foglia e, appena uscite da scuola erano venute sotto la finestra della camera da letto dei miei genitori, prospiciente la strada, potendo così cogliere i primi vagiti di Daniela.

Comunque, erano altri tempi: è bello invece ora come viene spiegata la sessualità i bambini, con naturalezza e mettendo in luce la bellezza di questo aspetto. Inoltre la nascita dei fratellini viene vissuta insieme da tutta la famiglia con gioia e aspettativa. Beh, non tutto va male in questi tempi.

 

di Giannino Fasoli

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