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CARA EDVIGE

Questa note nel mentre che facevo la guardia tuto solo in mezo al scuro del buio col fucile pronto a fare Altolà Chivalà ò fato mile pensieri che se non erano propio mile erano giù di lì. Qualcheduno me lo ricordo anca se non propio tuti. Ciò pensato tanto a la vita che mi speta quando che sarò civile no come adesso e che tornarò a lavorare per il signor Spalti “lapidi e calti”. Mi sono inventato tante bele iscrissioni di quele che fano piandere e anche soridere come la quale che ti scrivo e che tu mi darai il tuo giudissio per esempio come questa “I tuoi cari posero tutti infiamati d’amore per te” o “Il calore dela tua sposa ti riscalderà anche sototera”. Mica bela questa? E scolta staltra “I tuoi fili si doliono di te che eri cossita buono” o come quela che ciò scrito per mia nona “A te che fusti il profumo dela nostra casa” che qualche volta bisogna essare busieri parchè mia nona sai che aveva quel difeto par via di quel disturbo poco sinpatico. Ma non era gnanca da inrabiarsi con lei che dopo si sentiva più legera e libera e diceva “Desso sì che sto bene!”. Opure senti questa “Tuo genero che non à mai vuto una suocera cossì” che uno dopo si dimanda come sarà mai stata la sua suocera e alora tuti dicono la sua e vengono fuori dele robe che gnanca tu ti imagini. Se io dovrei scrivare la tua ci meteri co tuto il mio sentimento “Ala sua Edvige il suo fidansato che qui in denocio la piange note e dì”. Bela no? Anca se è un poco massa longheta che ci dovrei lavorare un saco col martelo e scopello per scriverla tuta intiera. Eco ciò fato anca il pensiero di metarmi in proprio con te cossì nele lapide ci posso scrivare tuto quelo che volio e dopo tuti vengono a farsela fare e anca a prenotarsi per dopo quando che ne avrano bisogno. Quando è morto don Bastiano il paroco del nostro paese ti ricordi che io ciavevo scrito “Tu che sei stati il pastore dele tue piegore e le ai arbinate quase tute portale in cielo con te” che più di uno cià fato i corni e non so parché e me l’ano scartata parché era un italiano tropo alico ulico che no ò capito cossa volevano dire e ci ano scrito una frase indove cera in sbalio “qui” senza acento. Come si fa? Una lapide deve essare coreta se no invece che da piangere fa da ridere. Ma la più bela ce lò promessa a mio nono che celò anca leta che lui tocava tuti i feri sotomano e io ci dicevo cossa fai nono e lui mi rispondeva no sta a badarci e legi e io ciò leto “Al nono Bieto lui che voleva scanpare centani ma per la sua volia di cielo non ce là fata” e lui mi à dato una scapellata dicendomi melogramo portascarogna fiol di una… che non posso ripetarlo par via che certe robe io non sono mica bituato a dirle di una mama. Ciò il cuore sgionfo di tanti pitaffi che vorei scrivere specie per i miei cari ma quando ce lo dico tuti fano i corni. È propio vera come diceva senpre il proffessor Risvolti al cafè che Carmine inondat canem che dopo lo meteva in taliano che voleva dire che con le robe che si scrivono non si mangia mica e che i poeti morivano di fame come me sotoscrito cole lapide. Spero di averti deto dele bele robe che un fidansato normale non dice mai ala sua ragassa parché è questione di quel suppio poetico che ti viene fuori dall’anima e che uno celà o non celà e io celò. Ti chiudo co una frase che mi viene fuori spontanea al momento “Ala mia adorata un pensiero lungo come l’eternità”. Tuo Eufrasio

di Enzo Coltro

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